Carattere
e formazione
Paolo Danei, detto poi della
Croce, nacque in Ovada (Al) il 3 gennaio 1694 e morì in Roma il 18 ottobre
1775. Fu il primo dei sei figli, su 15 nati, che sopravvissero alla mortalità
infantile. Alto circa m. 1,75, era di forte costituzione per cui nonostante gli
attacchi di malaria, di reumatismi acuti, della sciatica, delle frequenti
palpitazioni di cuore e di altre malattie dovute alle gravi penitenze e ai molti
strapazzi affrontati per l'apostolato e per la fondazione della congregazione,
giunse a quasi 82 anni di età, mentre la media della vita si aggirava allora
sui 35/40 anni.
Visse
una parte importante della vita sul promontorio dell’Argentario
(Gr), che formava lo “Stato dei
Presidi”, una piazzaforte militare di prim’ordine, contesa tra Spagnoli
e Austriaci. Vide 4 guerre e spesso vi fu coinvolto, esercitandovi la sua eroica
carità. Svolse il suo apostolato nel secolo dei “lumi”,
che tanto osteggiò e limitò la vita della Chiesa, specialmente degli istituti
religiosi.
Paolo
ebbe un carattere definito dai contemporanei «igneo e fervido», o «sanguigno
ed assai sensitivo», per cui sentiva fortemente ogni avvenimento gioioso o
penoso che fosse, ed era esposto a molte sofferenze psicologiche. A questo stato
d'animo si aggiunsero per lunghi anni le prove spirituali che gli facevano dire:
«vi sono giorni e son quasi tutti, che non so come fare a soffrir me
stesso. Eppure mi sforzo con gran fatica a soffrire gli altri, ma sempre manco».
I testi però sono concordi nel riconoscere la sua affabilità, la gentilezza
nel trattare con garbo e dignità ogni persona. Era considerato e chiamato “la
mamma” della comunità.
Univa
poi ad una grande prudenza una straordinaria sollecitudine nel compiere quanto
deciso. Nella sua formazione fu rilevante l'influsso dell'ambiente familiare, in
cui i genitori, Luca (+ 1727) e Anna Maria Massari (+ 1746), davano esempio di
una grande fede in Dio, di una sincera devozione a Gesù Crocifisso da cui
attingevano il coraggio per una dedizione senza limiti ai figli.
Paolo
fu vicino alla madre che portò avanti le molteplici gestazioni mentre la morte
le rapiva nove figli ed aiutò il babbo nel commercio, che era l'unica fonte di
sostentamento per la famiglia. Intraprese a questo scopo molti viaggi, venendo a
contatto con gente di varia mentalità.
Un
valido aiuto formativo egli lo trovò anche nelle confraternite, che in quel
tempo raccoglievano i laici migliori e li impegnavano nella vita di fede e nelle
opere di carità. Si andò formando negli studi secondo le possibilità che gli
offrirono i continui trasferimenti della famiglia. Studiò a Roma teologia in
modo metodico per più di un anno, prima dell'ordinazione sacerdotale, presso i
Francescani dell'Isola Tiberina.
Dotato
di felicissima memoria e ottima intelligenza, poté acquistare così una buona
cultura generale e teologica. Le illuminazioni poi dello Spirito Santo, avute
nelle esperienze mistiche, lo resero esperto maestro di spirito, dal giudizio
prudente e sicuro. La conoscenza dei
veri bisogni del popolo, insieme alla sapienza evangelica che aveva, lo
aiutarono anche ad avere un giudizio morale improntato a misericordia senza
lassismo, a fiducia in Dio per i meriti della passione di Gesù, accompagnata
però da una costante pratica delle virtù e nutrita con i sacramenti specie
dell'Eucaristia. Concorse così a ridare al popolo cristiano il senso della bontà
di Dio affievolito dall'influsso giansenista.
Gli
autori che maggiormente influirono nella sua vita offrendogli idee, immagini e
frasi, furono s. Francesco di Sales, s. Teresa di Avila, s. Giovanni della
Croce, infine il domenicano tedesco Giovanni Taulero che ha presente in modo
particolare dopo il 1748.
La
scoperta della sua vocazione
Nel
1713, sembra il 22 luglio, festa di s. Maria Maddalena, Paolo ascoltando un
discorso del parroco fu talmente folgorato interiormente dalla grandezza,
dall’amabilità di Dio da vedere in modo totalmente nuovo la sua vita. Ebbe il
dono di una contrizione tanto grande dei suoi difetti che fece una confessione
generale, battendosi il petto con una pietra e proponendo di «darsi ad una vita
santa e perfetta». L'effetto più immediato di questa «conversione», come lui
la chiama, fu scoprire Dio come «il suo
Dio», «il suo Amato Bene»,
come «l'Immenso», «l'Infinita Bontà», “il
Tutto”, per cui la sua adesione a Dio in avvenire non fu più un atto
intellettuale, anche se illuminato dalla fede, ma un vivere il mistero pasquale
di Cristo, che divenne per lui «Gesù
nostro vero Bene», “l’Amore
Crocifisso” o anche «Gesù Sposo».
Questo evento segnò l'inizio di una profonda trasformazione interiore e della
sua vita mistica, rendendolo disponibile ad accogliere la vocazione particolare
che Dio gli donava.
In
questo clima maturò il desiderio del martirio per difendere la fede, per cui
accolse l'invito lanciato ai cristiani da Clemente XI, nel 1715, perché si
arruolassero come crociati per aiutare Venezia a difendere dai Turchi
l'occidente cristiano. Mentre si trovava a Crema per l'arruolamento, nel giovedì
grasso, 20 febbraio 1716, entrò in una chiesa per adorare il SS.mo Sacramento
esposto per le quarantore e comprese che non era chiamato alla difesa armata
della fede cattolica. Tornò in famiglia continuando ad aiutare il babbo mentre
sviluppava la sua vita spirituale ricevendo particolari illustrazioni interiori
sui misteri della fede.
Nel
1717 ricevette la prima illuminazione circa la sua vocazione: si sentì
interiormente spinto a ritirarsi in solitudine per fare «vita
penitente con altissima povertà». Entro il 1718 ebbe un'altra
illuminazione interiore di «radunar
compagni per stare poi uniti assieme per promuovere nelle anime il santo timore
di Dio». Nell'estate del 1720 ebbe l'illuminazione decisiva. Si vide
interiormente vestito di un abito nero su cui spiccava un cuore col Nome di Gesù
e l'indicazione della sua passione, mentre sopra il cuore era posta una croce.
Comprese che doveva vestire così per far lutto in memoria della passione di Gesù
e promuoverne la «grata memoria»
nell'animo dei fedeli. In questa luce ebbe una comprensione nuova delle esigenze
di solitudine, di povertà e di penitenza sentite anteriormente. «Dopo queste visioni della santa tonica con il ss.mo segno, mi ha dato
Iddio maggior desiderio ed impulso di congregare compagni e, con la permissione
di S. Madre Chiesa, fondare una Congregazione intitolata: “I Poveri di Gesù”.
E dopo ciò il mio Dio m'ha fatta restare infusa nello spirito la forma della
Regola santa da osservarsi dai Poveri di Gesù e da me» (L. IV,219).
Per seguire questa
vocazione rinunciò a proposte di matrimonio e a una eredità lasciatagli dallo
zio sacerdote. Il discernimento, iniziato con il direttore spirituale, lo terminò
con il vescovo di Alessandria, mons. Francesco A. di Gattinara (+ 1743). Questi,
dopo averne ascoltato la confessione generale ed averci parlato a lungo, si
assicurò sufficientemente della credibilità di quanto il santo affermava ed
acconsentì a vestirlo dell'abito nero di penitenza il 22 novembre 1720, giorno
di venerdì. Quindi gl’ingiunse di ritirarsi per 40 giorni nella chiesa dai
santi Carlo ed Anna a Castellazzo (Al), di annotare ogni giorno quanto passava
nel suo spirito e scrivere la regola per la progettata congregazione. Paolo
visse giorni di grandi prove spirituali, ma anche di profonde esperienze
mistiche, specialmente circa la Passione di Gesù e l’Eucaristia. Grazie
all’ordine del vescovo, abbiamo avuto il Diario spirituale dei 40 giorni, un
documento eccezionale di esperienza mistica.
Fondatore
Mons.
Gattinara era convinto della validità della vocazione di Paolo, ma rimase
incerto sull'appoggio da dargli per realizzare l'ispirazione divina. Paolo nel
settembre 1721, col permesso del vescovo, andò a Roma con la speranza di avere
udienza dal Papa e ottenere la facoltà di iniziare a radunare compagni.
Ma
a Roma, non avendo valide raccomandazioni, non ottenne nulla, anzi fu
allontanato in malo modo dal palazzo pontificio. Paolo, come risposta, si recò
in s. Maria Maggiore e davanti all’immagine della Madonna riconfermò
l'impegno di attuare il carisma ricevuto, emettendo il voto di promuovere nei
fedeli la memoria della passione di Gesù e di radunare compagni per il medesimo
scopo.
Egli
era sicuro della provenienza celeste dell'ispirazione. Non gli era chiaro però
dove e come avrebbe potuto iniziare la congregazione. Peregrinò per alcuni anni
in varie zone del centro-sud d’Italia, alla ricerca di un luogo adatto per
iniziare la nuova fondazione: Monte Argentario, Gaeta, Itri, Troia, Roma. Nel
maggio del 1725 mentre stava a Roma per l'acquisto del giubileo, ottenne un
breve incontro col Papa Benedetto XIII, che a «viva voce», lo incoraggiò a
radunare compagni ed attuare l'ispirazione divina. Giuridicamente tale permesso
orale non valeva, ma per Paolo e per la prima generazione passionista esso
significò una conferma dell'ispirazione. A Roma, nel 1727, è ordinato
sacerdote dal papa, insieme a suo fratello, il ven. P. Giovanni Battista.
Nel
febbraio 1728 torna al Monte Argentario (GR), dove, nel misero romitorio
di s. Antonio, iniziò stabilmente la prima comunità passionista; nel 1737
termina la costruzione del primo convento, chiamato “ritiro”, che
consacra alla “Presentazione di Maria SS. al tempio”. Il 15 maggio
1741 Benedetto XIV approvò, per la prima volta, la regola del nuovo
istituto che si chiamò: «Congregazione dei Minimi Chierici Scalzi sotto
l'invocazione della S. Croce e Passione di Gesù Cristo». L'undici giugno
1741 Paolo e i primi sei compagni emisero la professione pubblica dei tre voti
religiosi aggiungendovi un quarto che specificava il carisma della
congregazione: promuovere la grata memoria della passione di Gesù nei fedeli,
insegnando loro a meditarla. Nel 1769 Clemente XIV, approvando l'istituto come
congregazione di voti semplici e donandole la partecipazione a tutti i privilegi
degli ordini mendicanti e delle congregazioni regolari già approvate, diede
stabilità giuridica alla congregazione. Alla morte del fondatore la
congregazione era una realtà nella Chiesa, espressa in 12 ritiri con 176
religiosi; ma a causa delle norme restrittive dei governi illuministi del
tempo, i ritiri erano circoscritti nello Stato Pontificio, eccetto i due
sull’Argentario.
Paolo
fin dal 1734 desiderò fondare anche un monastero per donne che vivessero il
medesimo carisma. Il primo monastero passionista fu aperto a Tarquinia nel 1771.
Le religiose emettono il voto specifico di fare e promuovere la memoria della
passione di Gesù. Si dedicano alla contemplazione di tale mistero mediante
l'orazione di circa tre ore quotidiane, oltre l'ufficiatura diurna e notturna ed
il silenzio custodito gelosamente. Accompagnano spiritualmente i passionisti
nelle loro missioni pregando «giorno e notte per la conversione delle anime
e massime delle più traviate» (Regola).
Missionario
instancabile
L’attività
di Paolo fu intensa particolarmente nel centro Italia. Preferì, per sé e per i
suoi religiosi, la gente religiosamente più bisognosa, confinata nelle zone
malsane della maremma, nelle piccole isole, nelle campagne. Il suo metodo si
avvicinava molto a quello di s. Leonardo da Porto Maurizio, ma era più
semplice, in quanto egli, dopo le prime esperienze, eliminò le processioni
penitenziali e lasciò solo alcuni sobri gesti drammatici in qualche
meditazione. Privilegiò la meditazione e la riflessione come più adatte a
favorire la conversione e le convinzioni stabili. Il suo apporto specifico fu
l'introdurre la meditazione pubblica della passione di Gesù ogni giorno e
l'insegnamento quotidiano del come meditarla, per aiutare gli uditori a passare
dalla paura del giudizio di Dio alla fiducia di essere perdonati per i meriti di
Gesù crocifisso.
Voleva
rendere stabile nei paesi la meditazione della passione di Gesù sia nelle
singole persone che in gruppi organizzati. Per incoraggiare i peccatori, spesso
diceva loro che si assumeva la responsabilità della penitenza che avrebbero
dovuto fare a causa dei loro peccati. Questa solidarietà con i peccatori
certamente rientrava nelle finalità della desolazione spirituale da lui
sofferta per lunghi anni.
Direttore
spirituale
Oltre
alla direzione compiuta nelle missioni popolari, negli esercizi spirituali, nei
colloqui privati, egli svolse la direzione anche per mezzo della corrispondenza
con molti laici, sacerdoti e naturalmente i suoi religiosi.
Si
meravigliava di essere stato fatto degno dalla misericordia di Dio di avere «la
santa direzione di alcune anime, arricchite di stupendi doni di Dio e di
altissima orazione» (L. II,276). Era cosciente che per la santa direzione «ci
vuole santità, dottrina, esperienza, prudenza, e gran chiamata d'Iddio» (L.
I,149), per cui accettava la richiesta della direzione solo per obbedire alla
volontà di Dio, quando questa gli si manifestava chiaramente. Una volta
accettata la responsabilità, riceveva da Dio la capacità di una profonda
unione con la persona diretta e di un altrettanto reale distacco, che gli dava
la sicurezza «che tale unione di spirito è fondata in Gesù Cristo».
Scriveva: «Io amo tutte le anime e con modo speciale quelle che Dio mi ha
confidate per la santa direzione, e l'anima mia sente un vincolo tutto
spirituale, che la stringe con una più forte, con l'altra meno, ecc. secondo la
condotta d'amore, a cui Dio ha tirata più o meno l'anima” (L. I,149).
Per
questa particolare sintonia con le singole persone, poteva dare avvisi adatti ad
ognuna, secondo il piano di Dio per essa e ne avvertiva a volte i suoi
corrispondenti. «Gli insegnamenti che Dio mi fa dare a voi sono secondo la
vostra condotta, e sarebbe errore di servirsene per chi non cammina per tale
strada. Bisogna dare il cibo secondo il suo stomaco» (L. II,472). Prega per
le persone che dirige e molte lettere le scrive in attuale stato di
contemplazione: «Legga qualche volta questa lettera che l'ho scritta dopo
aver celebrato e vedo che Dio mi ha dato luce; ne faccia conto, come d'un tesoro
di Dio» (L. I,462).
Il
suo insegnamento
I
punti fondamentali della sua direzione riguardano l'umiltà che doveva
giungere, con la divina grazia, ad essere «cognizione profonda del proprio
niente» (L. II, 298), per potersi aprire al Tutto che è Dio e
conformarsi al Verbo incarnato che annientò se stesso e meritare così
di essere con lui nel seno dei Padre; scriveva: "per essere
santo, ci vuole una N e una T; la N sei tu, che sei un orribile NULLA; la T è
Dio, che è l'infinito TUTTO”. E afferma che il "rimirare il
proprio orribile nulla è la via più corta alla vera unione con Dio e alla
santità”. Poi il desiderio di essere crocifisso con Gesù, abbandonandosi
in tutto al divin beneplacito; accettare “la morte mistica”,
per arrivare alla “divina rinascita”.
Tutto
questo si compie passando per la porta, che è Gesù crocifisso, ed
obbedendo al vero maestro della orazione che è lo Spirito Santo. Con la
grazia di Dio, vuole condurre le anime all'unione trasformante: «Viva
in Dio, respiri in Dio e bruci nel suo Amore» (L. I,134).
I
suoi scritti spirituali
Il
Diario, scritto durante il ritiro dei 40 giorni, permette di conoscere
l'altezza spirituale in cui egli si trovava a 27 anni: in esso troviamo quei
principi che saranno il fulcro della sua spiritualità e del suo insegnamento.
Cioè: la comprensione della partecipazione alla passione di Gesù come
norma di vita cristiana; la percezione di Dio come «l'Immenso» in cui
immergersi passando per la passione di Cristo, la necessità della mediazione
del Verbo incarnato per entrare in comunione con la Trinità divina; il valore
della sofferenza come dono divino per meglio condividere la sorte di Gesù
crocifisso e glorificato.
Le
Lettere: ne possediamo 2.060 pubblicate in 5 volumi, ma molte migliaia sono
andate disperse. Quelle possedute sono sufficienti per farci avere una
conoscenza della sua dottrina e del metodo di direzione spirituale, perché la
maggior parte riguardano la direzione spirituale. Esse rivelano uno stile
semplice, essenziale e in genere scorrevole nonostante la fretta con cui Paolo
scriveva.
Morte
mistica: è un opuscolo di poche pagine in cui si propone di vivere i voti
religiosi come partecipazione mistica alla morte di Gesù crocifisso per rinascere
a vita nuova, vita deifica, e partecipare così alla gloria di Cristo. Fu
inviato dal P. Paolo a una suora e poi al maestro dei novizi passionisti.
Paolo
della Croce trascorse oltre 15 anni al Monte Argentario, culla della
Congregazione della Passione; 25 anni a S. Angelo di Vetralla (Vt), che è stata
definita la Montecassino dei Passionisti; gli ultimi 6 anni a Roma, da dove
volava al cielo, all’età di 81 anni, il 18 ottobre 1775, nella casa dei Santi
Giovanni e Paolo, avuta in dono dal Papa Clemente XIV. Il suo corpo riposa nella
splendida cappella costruita per lui, accanto alla basilica dei Santi Giovanni e
Paolo. Il B. Pio IX lo proclamò beato nel 1853 e santo nel 1867.
(Sunto da:
P.
F. Giorgini)
Breve
scheda di San Paolo della Croce
03-1-1694
Nasce a
Ovada - Al
Estate
1720 Visione dell'Abito e Segno
Passionista
22-11-1720
Veste l'abito nero della Passione ad Alessandria
23-11-1720
01-01-21: Ritiro di 40
giorni a Castellazzo Al
27-12-1720
Scrive la Regola dei Passionisti
Ott.
1721
Voto della Passione in S. Maria Maggiore, Roma.
1721-1727
Tentativi e peregrinazioni in varie parti d’Italia
07-06-1727
Ordinato sacerdote da Benedetto XIII
1728
All’eremo di S. Antonio sul M. Argentario
14-9-1737
Primo Convento sul M. Argentario
15-5-1741
Prima approvazione della Regola
1744
– 1775 Fondazione di altri
11 “ritiri”.
23-11-1769
Clemente XIV approva solennemente la
Congregazione
3-5-1771
Fondazione delle Suore Passioniste
3-12-1773
Si trasferisce ai SS. Giovanni e Paolo a Roma.
18-10-1775
Muore a Roma, alle ore 16,45.
26-6-1869
Proclamato Santo da Pio IX