ASSOCIAZIONE EX PASSIONISTI 

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LA CONDIVISIONE DEI CARISMI NEGLI ALTRI ISTITUTI

 Raccolgo qui alcune constatazioni che provengono o da Capitoli generali, o da lettere o da convegni.

In una “Lettera ai fratelli” scolopi, il generale A. Ruiz così si esprimeva il 12 gennaio 1983, definendo il laico scolopio per via negativa e per via affermativa (cosa non deve essere e cosa deve essere).

Mentre vado leggendo noi possiamo fare la giusta traduzione o trasposizione delle realtà che man mano emergono e applicarle a un laico passionista.

“Un laico scolopio non è un semplice devoto del Calasanzio. Non è una persona che aspira ad essere membro di una pia associazione. Non è un religioso di seconda categoria. Non è uno dei soliti benefattori tradizionali dell’Ordine. Meno ancora si pensi che sia persona di sacrestia. E neppure aggregati scolopi. Neanche si tratta di membri di un possibile Terz’Ordine”.

“A queste note negative, contrappongo alcune connotazioni affermative: E’ soprattutto laico. Vive la secolarità o indole secolare, cosciente della sua vocazione di essere testimone del Signore Gesù nella sua missione nel mondo. E’ un laico con una vocazione a partecipare del carisma calasanziano e a viverlo fin nel profondo dell’impegno familiare e in condizioni diverse da quelle del Religioso scolopio. E’ fortemente inserito nel mondo, con impegno socio - politico. Accentua l’aspetto profetico del carisma proprio dell’Ordine. Ha una forte inquietudine per l’educazione dei fanciulli e dei giovani per cambiare la società. E’ un fermento rigeneratore della società cristiana. Ha come punto di riferimento la persona del Signore Gesù. Si sente profondamente popolo di Dio, non come oggetto, ma come soggetto di evangelizzazione. Testimonia Cristo nella propria famiglia e nel proprio ambiente. Valorizza la cultura nativa della sua gente col dare importanza grande all’armonizzazione della fede e della cultura, alla competenza professionale, alla partecipazione ai problemi della società, impegnandosi a vivere l’amicizia e l’amore. Professa affetto intenso alla Chiesa e al Calasanzio. Collabora, in comunione con la gerarchia, in missioni speciali per annunziare il vangelo”.

Nell’Instrumentum Laboris in preparazione al Capitolo generale degli Oblati di Maria Immacolata(febbraio 1998) troviamo scritto: “Una delle sfide maggiori alle quali la missione della Chiesa (e quindi la missione Oblata) va incontro oggi, è quella di invitare apertamente i laici a collaborare in pieno all’opera di evangelizzazione, sia nella riflessione sia nelle decisioni da prendere. Per poterlo fare in modo significativo è necessario condividere con essi autorità e responsabilità: necessità questa che molti Oblati, sembra, non sono preparati ad accettare. D’altra parte questa condivisione completa suppone che i laici possano ricevere una solida formazione in teologia e in pastorale”.

Il Padre Piles, superiore generale dei Fatebenefratelli, nell’ottobre del 1994 presentava così le differenti risposte alla sequela di Cristo: “Laici e religiosi sono i due polmoni che favoriscono una dinamica respiratoria per una risposta significativa alla chiamata: come l’organismo privo di un polmone vive sì, ma fortemente deficitario di un elemento essenziale, così l’Ordine deve sentire il vuoto che l’assenza di una maggiore partecipazione laicale provocherebbe nella sua compagine. E come i due polmoni, appartenendo al corpo umano, sono espressione creaturale della volontà di Dio, anche in seno all’Ordine deve nascere una analoga consapevolezza. Sia esso semplice adeguamento a un dato contingente dovuto alla crisi vocazionale o, com’è assai più verosimile, autentico “segno dei tempi”, il maggior coinvolgimento laicale nella vita e nella spiritualità dell’Ordine deve ritenersi risposta ad un esplicito disegno divino. Infine l’immagine dei due polmoni non può non richiamare l’alito vitale, il soffio dello Spirito, lo pneuma che è presenza divina nell’uomo e motore della Chiesa”.

Queste sono le voci dei religiosi.

Sentiamo la voce di una laica, la dott. M. Lupi, nel Congresso internazionale dei Carmelitani Scalzi (Roma 8 – 15 ottobre 1996) su “Vocazione, identità e collaborazione dei laici con l’OCDS: “La prima esigenza, penso, sia quella che (i carmelitani) siano davvero fedeli alla loro consacrazione e che aiutino i laici a capire la sequela radicale di Cristo, le sue ricchezze e le sue esigenze di vita, come ricorda anche la Christifideles laici al n. 55. Ognuno deve essere se stesso, vivere in pienezza e testimoniare il carisma carmelitano – teresiano nel contesto del proprio stato di vita, religioso o laico che sia, senza che ci sia una confusione di ruoli. In fondo la ricchezza sta nella varietà, se fossimo tutti uguali non ci sarebbe arricchimento reciproco”.

E poi, in ordine alla missione che comporta il carisma dell’Ordine, la stessa dott. così si esprime: “Promuovere insieme, religiosi e laici, iniziative apostoliche che siano in linea con la spiritualità e la vocazione contemplativa dell’Ordine e che rispondano al bisogno di interiorità, di spiritualità, di divino dell’uomo d’oggi. Penso sia questo il grande impegno apostolico del laico carmelitano, che potrà, secondo l’ambiente in cui vive, partecipare a forme di apostolato sociale o catechistico, o culturale, secondo le indicazioni della Evangelii Nuntiandi 73, ma che penso abbia come dovere primario di coltivare l’apostolato spirituale, diffondere il metodo di preghiera carmelitano, far comprendere nella preghiera, come colloquio di amicizia con Dio, la risposta all’esigenza insita nell’uomo – creato ad immagine di Dio – di trascendere la realtà sensibile e visibile per accedere alla fonte stessa della realtà, che sola può saziare la sete di infinito dell’uomo”.

Quanto alla presenza del carisma scolopio in altre persone al di fuori dell’Ordine, così si esprime il succitato A. Ruiz: “Il carisma scolopio non appartiene agli scolopi. Non è proprietà dell’Ordine. Spetta al popolo di Dio. E in esso ci saranno e ci sono persone, di ambo i sessi e di ogni età, oltre agli scolopi, che possiedono il carisma o vocazione evangelizzatrice dei giovani. Il carisma calasanziano, quindi, non è riservato esclusivamente alla struttura scolopica esistente. Lo Spirito soffia quando e dove vuole. Ed è il medesimo spirito che dona il carisma calasanziano ai religiosi scolopi e lo regala ad altre persone, laici o sacerdoti. Ogni persona che si sente in sintonia con il Calasanzio sta già partecipando al carisma concesso dallo Spirito all’Ordine nostro. Possiamo quindi trovarci con persone che partecipano del carisma scolopico senza essere in contatto con noi. E questa realtà è presente nella chiesa. E’ un dovere di ogni religioso scolopio scoprirla. E quando scopriremo tali persone dovremmo rallegrarci, riconoscerle e incorporarle in qualche modo all’Ordine. Ancora di più: ogni religioso scolopio dovrebbe riservare del tempo per andare in cerca di tali “scolopi laici”.

I decreti della Congregazione generale 34* della Compagnia di Gesù: del 1995 così si esprimono: “La collaborazione con i laici è, al tempo stesso, un elemento costitutivo del nostro modo di procedere e una grazia che ci chiama al rinnovamento personale, comunitario e istituzionale”.

E per finire, quanto a realizzazioni concrete, il Capitolo Generale degli Agostiniani, nel settembre del 1989 (decreto riconfermato nel Capitolo del 1995) stabiliva: “I Superiori provinciali e vice - provinciali curino che nelle loro comunità si programmino incontri di aggiornamento, nei quali laici e religiosi insieme, maturino uno stesso cammino di fede e si confrontino su uno stesso progetto di chiesa. Tenendo conto delle particolarità culturali delle diverse parti dell’Ordine, il Capitolo Generale incoraggia e invita le comunità locali: a) a favorire e sviluppare una più stretta collaborazione con i laici, in tutte le nostre attività (parrocchie, scuole, collegi, missioni) secondo lo spirito della Lumen Gentium e dei recenti documenti pontifici; b) ad accogliere nelle nostre case i laici che cooperano con noi nelle diverse attività; c) ad accogliere nelle nostre case i laici che desiderano fare un’esperienza più profonda della nostra spiritualità”.

Su un testo di autori vari del 1998, un articolo di Sante Bisignano (“Oltre il ridimensionamento: La vita religiosa coglie il futuro”) riporta gli orientamenti conclusivi, di una lettera scritta da don Vecchi, Rettore maggiore dei salesiani: “Ispettori e comunità locali sono invitati dal Capitolo Generale 24* a passare, per quanto riguarda i laici, dalle realizzazioni frammentarie a un progetto completo e organico. Tutti gli elementi e le situazioni che l’esperienza passata aveva posto sul tappeto sono stati messi a fuoco dal Capitolo Generale 24*. Oggi vanno dunque pensati e risolti nel loro insieme, contando sui laici non come supplenza, ma come compagni del nostro cammino. Bisogna passare dalle diverse valutazioni individuali a una mentalità comunitaria condivisa. A un tempo in cui idee pratiche sulla partecipazione dei laici erano lasciate al criterio dei singoli, ne subentra un altro in cui esse diventano convinzione di tutte le persone, criterio per tutte le istituzioni e i programmi. La presenza dei laici provoca a ripensare l’esperienza secolare, umana e cristiana e le situazioni in cui essa si esprime: la famiglia, la professione, la politica”.